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Le Opere |
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L'inganno delle immagini
(titolo originale: La trahison des images) |
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Nel 1926 Magritte dipinse un’opera nella quale sono raffigurate le forme di due pipe: una è inquadrata in una tela-lavagna posta su di un cavalletto da pittore; l’ultima, più grande e come fatta di fumo, fluttua nello spazio e scivola nel vuoto. Al si dotto della prima si legge la scritta: “ceci n’est pas une pipe”. Questa è la prima di una serie di opere che Magritte realizzerà sul tema della pipa fino ad arrivare, nel 1953, alla realizzazione della celeberrima Trahison des Images. È anche però il simbolo della sua più importante ricerca: quella cioè sul rapporto che vi è fra immagine e linguaggio. Nel dipinto è rappresentata molto realisticamente una pipa appoggiata su di una superficie fatta di legno. Appena sotto vi è una targhetta con la scritta “Ceci n’est pas une pipe”. Questa didascalia mira a negare qualcosa che si nega da sé e cioè che la rappresentazione di una pipa non è una pipa reale ma solo una superficie dipinta in modo tale da evocare in noi l’immagine di un oggetto: "La famosa pipa..?Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia la si può riempire? No, non è vero, e solo una rappresentazione: se avessi scritto sotto il mio quadro: "Questa è una pipa", avrei mentito." (Magritte) Per capire il senso di quest’opera è necessario osservarla da posizioni diverse: se lo si osserva da lontano noteremo che la forma della pipa ha maggior forza lasciando il testo privo di significato perché illeggibile. L’occhio infatti, non riuscendo a mettere a fuoco la linea che compone la parola e quindi la frase, passerà automaticamente in primo piano sull’immagine dell’oggetto poiché di più facile lettura. Se ci avviciniamo a pochi centimetri dal dipinto il fenomeno è esattamente l’inverso. La scritta prende, in questo caso, il sopravvento sull’immagine che è diventata ora un semplice insieme di colori uniti su di una tela. senza significato apparente. Dunque, ci appare ora chiaro che ciò che abbiamo davanti agli occhi non è una pipa. Non perché ce lo dice la targhetta, ma perché ci rendiamo conto che neanche una rappresentazione può assumere il ruolo di un oggetto nella realtà. Il risultato di questo accostamento fra scrittura e rappresentazione da origine ad un accostamento fra lettura e osservazione. Accostamento del tutto fuori luogo dato che l’uno tende a contraddire l’altro e viceversa, creando così un conflitto fra le due grandi facoltà della nostra percezione visiva: leggere e vedere. Ne emerge che vi è una netta separazione fra il mondo dei segni, che è pieno di controsensi e tende a negarsi da solo, e quello reale. Il primo non arriverà mai ad eguagliare, in tangibilità e consistenza, il secondo. Abbandoniamo la riflessione sul tema immagini e parole per riflettere un momento sugli altri importanti temi riportati da Magritte nelle sue opere. Per esempio lo spaesamento e le varie rotture fra peso e leggerezza, fra grande piccolo, tra realtà e rappresentazione della realtà, ecc: tutti elementi che, legati fra loro, mirano a creare nella nostra testa una certa confusione e molti interrogativi. Un insieme di elementi insomma che lascia perplessi su quale sia il confine tra realtà e irrealtà e ci lascia spaesati nel cercare una risposta alla domanda: “È il sogno ad essere un appendice dello stato di veglia oppure il contrario?”. Questione che rimane comunque irrisolta poiché nel dipinto del pittore belga non troviamo la risposta ma solo il quesito. È interessante notare come la sua pittura rimane sempre banalmente elementare anche se molto realistica, utilizzando oggetti ricorrenti, quali per esempio il leone, i sonagli bianchi, l’uomo vestito di nero e la bombetta. Per ottenere questo effetto Magritte usa una tecnica nata nel seicento chiamata “Trompe l’oeil” che riproduce oggetti della vita reale; la sua attuazione viene eseguita con uno studio molto accurato, talvolta esasperato, della prospettiva, degli effetti di luci, dei colori, in modo tale da dare un’illusoria sensazione di realtà a ciò che viene dipinto. Anche i soggetti sono ricorrenti. In molti dipinti troviamo ad esempio degli amanti o delle persone con il volto coperto da un lenzuolo bianco, chiaro riferimento a quell’avvenimento che tanto cambiò la sua vita d’adolescente: la morte di sua madre, gettatasi suicida nel fiume e ritrovata con un velo che le ricopriva il volto. Altro esempio è la finestra: in The Human Condition (1933) ad una finestra è posta una tela che rappresenta la stessa immagine che vi si cela dietro. L’elemento “pipa”, come detto sopra, è un altro degli elementi spesso presenti nelle opere di Magritte e più in particolare in quelle riguardanti il rapporto fra parola e immagine. E tanti altri se ne potrebbero citare. Abbandoniamo, dicevamo, questa riflessione per entrare in quella che riguarda più da vicino la nostra parte irrazionale: il subconscio. Un lavoro spesso difficle da comprendere, talvolta svolto in maniera quasi ripetitiva, ma che non smette mai di creare in noi nuovi interrogativi e nuove riflessioni. |
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