Il Surrealismo di Magritte

I primi passi da pittore René Magritte li compie con un forte interesse per il futurismo, in cui vede polverizzarsi le strutture statiche dell’immagine e rintraccia i primi segni dello svelamento della psiche. Da questa esperienza futurista coglie inoltre un principio che sarà caratteristico in tutta la sue future ricerche: lo spaesamento attraverso l’accavallarsi delle immagini più diverse in un contesto senza apparente nesso logico.

Importantissimo per Magritte è l’incontro con la pittura metafisica di de Chirico, da cui trae non solo il principio dello spaesamento, ma anche il senso enigmatico della realtà, tanto da far divenire l’enigma il centro motore della propria pittura. È proprio Canto d’amore, dipinto dal maestro delle “piazze d’Italia” nel 1914, a provocare quella scintilla che farà germogliare nel pittore Belga una grande maturazione artistica.

Allo stesso tempo, Magritte, pone attenzione al cubismo, in particolare a Braque, che sarà per lui una grande lezione di analisi strutturale della pittura. Analisi rivolta alla prassi del guardare e al rapporto esistente tra il dispiegarsi della realtà nello spazio. Su questi temi riflette subito e rifletterà per sempre, trasformandoli in un “tormento” visivo su cui faranno perno sia il suo senso del mistero, che gli enigmi ora latenti ora esplosivi lungo le piste del suo lavoro.

Fantomas:


Autoscatto di Magritte accanto alla sua opera, purtroppo scomparsa, Le barbare

"Fantomas non è più il pretesto di una storia; la storia è al suo servizio. Le opere di Fantomas non possono essere distrutte nè subire modifiche (...) Fantomas esige più dagli altri che da se stesso. Egli non è mai visibile per intero: si può vedere il suo ritratto attraverso il suo volto. Quando è perseguitato dai ricordi, segue il suo braccio che lo trascina. Si muove come un automa, sposta i mobili o i muri che si frappongono sul suo cammino (...) La scienza di Fantomas è più preziosa
della parola. Non la si indovina e non si può dubitare della sua potenza"

(Magritte)

Magritte incontra per la prima volta Fantomas in un manifesto cinematografico nel 1913, se ne ricorderà e ne dipingerà il volto nel 1927.

Esso può essere considerato l'alter ego di Magritte. Fantomas è eroe trasversale in romanzi, pellicole cinematografiche e fumetti, incarnando la trasgressione ad ogni regola borghese. E' l'eroe della città, della notte, lesto, onnipresente. E' crudele e accorto, delinquente sfrenato e allo stesso tempo meticoloso. In lui convive ogni possibile contraddizione senza schizofrenie di alcuna sorta. Sfida il mistero della realtà con i suoi agguati e sembra vivere in una dimensione esistenziale in cui non c'è alcuna regola, se non quella di portare a termine nel miglior modo possibile il proprio gioco.

In Fantomas Magritte vede la possibilità di sfuttare una mitologia fatta di fatti, di cronaca quotidiana e di rocambolesche imprese. E, attraverso lo scardinamento del velo della tranquilla e borghese quotidianità, la possibilità di raggiungere una dimensione del mistero che non è più quella desolata delle piazze di De Chirico, ma che vive in ogni cosa intorno a noi. Fantomas è il mistero ed i suoi agguati non possono che ripetersi all'infinito; il mistero può infatti assumere qualsiasi forma ed è capace di riprodursi e riproporsi. Fantomas, inoltre, torna sempre sul luogo del delitto. Allo stesso modo Magritte ritorna sui suoi quadri, sui temi a lui più cari, senza per questo risultare mai ripetitivo, a differenza di molti altri artisti accusati di esserlo e di essere troppo spesso rifacitori di se stessi.

E' un lusso che si possono permettere solo coloro i quali hanno osato addentrarsi in territori la cui esplorazione è pressocchè infinita. Un lusso che Magritte si può permettere, dato che i due campi di lavoro da lui sviluppati hanno dominii di infinite dimensioni. Uno di questi è lo studio delle relazioni fra linguaggio e immagini.


Relazione fra linguaggio e immagini

“Si possono creare nuovi rapporti tra le parole e gli oggetti, e precisare alcune caratteristiche del linguaggio e degli oggetti generalmente ignorate nella vita quotidiana”

(Magritte)

Gran parte della sua ricerca si basa infatti sul rapporto fra linguaggio ed oggetti (o immagini). Ne sono esempi opere come La trahison des images (1953), La première pipe (1926), L’arbre de la science (1929), Le miroir magique (1929), La clef des songes (1930), L’usage de la parole (1927) e molte altre ancora.

Vorremmo riportare ora un esempio concreto di questa sperimentazione e per farlo prendiamo spunto dall’opera di Suzi Gablik:

Un oggetto non possiede il suo nome al punto che non si possa trovargliene un'altro che gli si adatti meglio:

Ci sono oggetti che vanno senza nome:

Una parola a volte serve solo a designare se stessa:

Un oggetto s'imbatte nella sua immagine, un oggetto s'imbatte nel suo nome. Capita che l'immagine e il nome di quell'oggetto s'imbattano l'una nell'altro:

A volte il nome d'un oggetto prende il posto d'una immagine :

Una parola può prendere il posto d'un oggetto nella realtà:

Un'immagine può prendere il posto d'una parola in una proposizione:

Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso:

Tutto tende a far pensare che non vi sia molta relazione tra un oggetto e ciò che lo rappresenta:

Le parole che servono a designare due oggetti diversi non mostrano ciò che può distinguerli l'uno dall'altro:

In un dipinto le parole sono della stessa essenza delle immagini:

Si vedono differentemente le immagini e le parole in un dipinto:

Qualsivoglia forma può sostituire l'immagine d'un oggetto:

Un oggetto non svolge mai la stessa funzione del nome o della sua immagine:

I contorni visibili degli oggetti nella realtà si toccano l'un l'altro come se formassero un mosaico:

Le figure vaghe hanno un significato tanto necessario e tanto perfetto quanto quelle precise:

A volte i nomi scritti in un dipinto designano cose precise, e le immagini cose vaghe:

O il contrario:

Questo trattatello di Magritte rivela la natura delle sue preoccupazioni espresse nei numerosi dipinti che relazionano parole e immagini. È anche una brillante analisi sulla vaghezza e l’ambiguità del linguaggio. Vaghezza che fa sì che vediamo parole i cui significati fluttuano come forme in una fitta nebbia. Richiama inoltre da vicino il concetto di Wittgenstein, filosofo d’inizio secolo, del linguaggio inteso come insieme di giochi linguistici piuttosto che come rappresentazione di fatti, in cui egli afferma che conoscere i nomi in una lingua è meno di imparare a parlarla, proprio come imparare i nomi delle carte da gioco o dei pezzi degli scacchi non è imparare a giocare a bridge o a scacchi.

Allo stesso modo, un nome senza un criterio d'uso appropriato, per il quale cioè non esistano regole, non ha significato, a meno che non abbia un contesto. Il significato d'una frase dipende dal modo in cui è usata, piuttosto che da ciò cui fa riferimento. Per esempio, una frase senza applicazione, quale “il rosso è operoso”, è senza significato. Le parole hanno degli usi e questi usi sono largamente determinati dalle regole del linguaggio e dalle particolari relazioni tra le parole. Così, accordo o disaccordo con la realtà sono qualcosa di diverso tra lingue diverse. Nella visione di Wittgenstein é ingannevole parlare di “parole che stanno per cose” o “hanno significati”, poiché tutto dipende non dalle parole in se stesse, ma dal modo in cui le usiamo


Magritte assume un atteggiamento simile, specie in dipinti quali Il corpo blu e Il senso proprio IV, dove parole scritte designano, o prendono il posto di cose. Il fatto che, ad esempio, le parole “donna triste” possano sostituire l'immagine d'una donna triste, dimostra che la somiglianza non è un elemento necessario del riferimento.

Le rappresentazioni sono immagini che funzionano più o meno allo stesso modo delle descrizioni verbali. Perché un'immagine rappresenti un oggetto, dev'essere un suo simbolo e deve riferirsi ad esso in qualche modo; ma la somiglianza da sola non basta a stabilire un rapporto di riferimento. In effetti la rappresentazione è del tutto indipendente dalla somiglianza: quasi qualunque cosa può stare per qualunque altra cosa. Qualunque oggetto può essere chiamato con qualunque nome o, come ha mostrato Magritte, un nome può sostituire l'immagine d'un oggetto. Allo stesso modo, quasi qualunque cosa può essere usata come segno, a patto che vi sia consenso sul suo uso; i segni non hanno un significato in se stessi. Il loro significato deriva dal consenso sul loro uso.


Abbandoniamo la riflessione sul tema immagini e parole per riflettere un momento sugli altri importanti temi riportati da Magritte nelle sue opere. Per esempio lo spaesamento e le varie rotture fra peso e leggerezza, fra grande piccolo, tra realtà e rappresentazione della realtà, ecc: tutti elementi che, legati fra loro, mirano a creare nella nostra testa una certa confusione e molti interrogativi. Un insieme di elementi insomma che lascia perplessi su quale sia il confine tra realtà e irrealtà e ci lascia spaesati nel cercare una risposta alla domanda: “È il sogno ad essere un appendice dello stato di veglia oppure il contrario?”. Questione che rimane comunque irrisolta poiché nel dipinto del pittore belga non troviamo la risposta ma solo il quesito.

È interessante notare come la sua pittura rimane sempre banalmente elementare anche se molto realistica utilizzando oggetti ricorrenti, quali per esempio il leone, i sonagli bianchi, la mela, la pipa, l’uomo vestito di nero e la bombetta. Per ottenere questo effetto Magritte usa una tecnica nata nel '600 chiamata “Trompe l’oeil” che riproduce oggetti della vita reale; la sua attuazione viene eseguita con uno studio molto accurato, talvolta esasperato, della prospettiva, degli effetti di luci, dei colori, in modo tale da dare una illusoria sensazione di realtà a ciò che viene dipinto.

Anche i soggetti sono ricorrenti. In molti dipinti troviamo ad esempio degli amanti o delle persone con il volto coperto da un lenzuolo bianco, chiaro riferimento a quell’avvenimento che tanto cambiò la sua vita d’adolescente: la morte di sua Madre suicida gettatasi nel fiume e ritrovata con il lenzuolo che le ricopriva il volto.

La condizione umana (1933)

Altro esempio è la finestra: in “La condizione umana” (1933) ad una finestra è posta una tela che rappresenta esattamente la realtà o forse è la stessa realtà che compone la tela. Sempre parte del tema delle finestre, la famosa “Les promenades d'Euclide” che, similmente al dipinto sopraccitato, rappresenta su di una tela la stessa immagine che vi si cela dietro. Il tema della pipa, come già detto, è un altro degli elementi spesso presente nelle opere di Magritte e più in particolare in quelle riguardanti il rapporto fra parola e immagine. E tanti altri se ne potrebbero citare.

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Lavoro di Maturità 2003, Liceo Cantonale di Locarno
Luca Prat e Daniele Lecci
Ultimo aggiornamento: 16.12.2003